Italia, provare a vincere in un modo nuovo© Getty Images

Italia, provare a vincere in un modo nuovo

Alessandro Barbano
5 min

Un dubbio lungo nove centimetri - tanti ne passano tra Insigne (1,63) e Raspadori (1,72) - anima la più grande suggestione del calcio globale: Italia-Spagna senza centravanti. La distinzione è solo apparente. Poiché il «Nueve» è allo stesso tempo falso e vero, tanto che abbia il tiro a giro del fantasista azzurro o piuttosto la contundente rapacità del talento sassolese. In un caso e nell’altro la scelta di Mancini farebbe da specchio a quella del suo rivale Luis Enrique. Fuori Immobile e Belotti da una parte, Morata e Gerard Moreno dall’altra, nessuno dei due cittì sembra cercare quello che si dice un centravanti classico. Certo, il tecnico azzurro dispone con Kean di una sostituzione più ortodossa. Ma l’indisponibilità dei due numeri nove dell’Europeo gli offre la ghiotta occasione di uno switch tattico in una competizione vera, e perciò probante, ancorché non prestigiosa quanto il Mondiale che ci attende tra un anno.

A incoraggiarlo può essere la rivalità con il collega spagnolo, che ritrova pochi mesi dopo in un’attesissima rivincita. Dove il risultato del campo conta almeno quanto il primato del gioco. Una sfida nella sfida che, senza centravanti, somiglierebbe a una gara di scherma senza spade, dove basti la coreografia dei corpi per stabilire chi vince, puro godimento dello spirito per gli amanti di una raffinatezza tattica che fa della geometria della palla un’emozione, e poi un linguaggio.

Ma questa è solo una delle chiavi di Italia-Spagna. Perché il calcio è, come la politica, anche sangue e merda. E bisognerà tornare a sporcarsi le mani stasera per rifare il miracolo di Wembley, scacciando dalle menti e dai cuori un’ombra che ci accompagna dalla semifinale europea: l’idea di aver vinto giocando peggio e subendo il dominio tattico e tecnico degli spagnoli. Chi scrive ha rivisto ieri con l’animo gonfio di timore quei novanta minuti che ci hanno aperto la strada del trionfo inglese, ma alla fine della visione ne è uscito rincuorato: perché il palleggio degli spagnoli fu tanto dominante quanto lezioso e a tratti inconcludente, e l’Italia avrebbe potuto chiudere la gara se non avesse fallito con Barella e Berardi due occasioni nette.

Ma poiché nessuna avventura è più irripetibile di una partita di calcio, nulla ci dice il confronto di luglio su ciò che accadrà stasera. Intanto perché la Spagna è una squadra radicalmente diversa da quella che affrontammo, e tra gli assenti c’è quel Pedri che con i suoi cambi di ritmo mise in ambascia la nostra mediana. E poi perché ogni trionfo ti cambia dentro e ti chiede di assecondare il cambiamento per non restare schiavo della memoria: se l’Italia cedesse alla tentazione di cristallizzare l’equilibrio dell’Europeo, resterebbe presto con un pugno di mosche in mano. Deve invece - come esorta Mancini - giocare meglio di giugno. Che vuol dire risolvere le contraddizioni che il successo di Wembley ha in parte coperto. E cioè in primo luogo spingere di più sulle fasce, per aiutare il centrocampo a spostare in avanti il baricentro del gioco. Senza Spinazzola, peraltro già assente con la Spagna, questa impresa è più difficile. E ancora: muoversi di più e smarcarsi meglio in zona d’attacco, per allungare la squadra e offrire ai centrocampisti un riferimento costante. Che, insieme a Insigne e Chiesa, ci sia Pellegrini, o piuttosto Bernardeschi, Raspadori o Kean, poco cambia: l’idea di Mancini è che il tridente debba avere un’ubiquità sfuggente e confondente per la difesa avversaria. Questa è l’evoluzione tattica che può portarci al Mondiale.

La Nations League somiglia a quelle prove generali in costume che precedono le prime assolute a teatro. Si può sbagliare solo in via di principio, lo capisci dalla concentrazione totale del direttore d’orchestra. Così è stasera, giochiamo per provare a vincere in un nuovo modo, ma perché la prova serva a qualcosa, dobbiamo assolutamente vincere.

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